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Indagine Cas, dipendenti rispondono alle domande
Documenti per dimostrare l'esecuzione dei lavori

Simona Arena

Cronaca – Sono stati sentiti dal giudice i sei indagati, accusati di aver ottenuto incentivi a prescindere dall’effettivo contributo dato nell’ambito di ogni gruppo di lavoro. Cinque hanno fornito la loro versione degli eventi, presentando anche degli atti a sostegno

Interrogatori di garanzia oggi per i sei dipendenti e dirigenti del Consorzio autostrade siciliane sospesi per sei mesi nell’ambito dell’inchiesta Tekno incentivi. L’indagine condotta dalla Dia e coordinata dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dalla sostituta Stefania La Rosa è sfociata la scorsa settimana nei provvedimento a carico dei sei dipendenti accusati a vario titolo di peculato e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Inoltre ai sei dipendenti sospesi e ad altri sei impiegati del Cas sono state sequestrate somme e beni mobili pari a oltre un milione di euro. 

Secondo la procura si sarebbero appropriati indebitamente di incentivi che sarebbero stati concessi ai dipendenti a prescindere dall’effettivo contributo dato nell’ambito di ogni gruppo di lavoro. «Su 70 progetti presi in esame nel biennio 2012/2013 - ha spiegato il capo della Dia, Renato Panvino - quando siamo andati a chiedere gli incartamenti, è emerso che qualche volta non esistevano, in altri mancavano atti, ma in ogni caso erano stati fatti cadere a pioggia gli incentivi». Ma è proprio su questa carenza di documentazione che si sono incentrate le difese di cinque degli indagati che oggi hanno risposto alle domande del gip Tiziana Leanza. Uno solo, Angelo Puccia, ha fatto scena muta; gli altri - Antonio Lanteri, Stefano Magnisi, Gaspare Sceusa, Alfonso Schepisi e Anna Sidoti - hanno raccontato la loro versione dei fatti fornendo chiarimenti. 

Gli indagati hanno fornito chiarimenti sui progetti per i quali sono stati pagati gli incentivi e hanno presentato anche alcuni documenti a sostegno del lavoro svolto, respingendo l’accusa riguardo ai lavori che non sarebbero stati completati. «Il mio assistito ha portato alcuni libri mastri che attestano i pagamenti fatti alle aziende che attestano l’esecuzione dei lavori. E questo è solo parte della documentazione che ci riserviamo di produrre. Si tratta di documenti che non sono stati acquisiti dagli agenti della Dia in fase di indagine», spiega l’avocato Gianluca Gullotta che assiste Stefano Magnisi, dipendente comunale che all’epoca dei fatti contestati ricopriva il ruolo di ragioniere al Cas. «Non sono stati eseguiti controlli incrociati ad esempio tra le aziende che sono indicate come esecutrici dei lavori e i mandati di pagamento alle stesse - prosegue -, basta prendere un mandato di pagamento e si trovano allegati i vari atti che attestano le varie fasi del progetto». 

Anche gli altri legali impegnati nella difesa hanno seguito la stessa linea difensiva davanti al gip e alla sostituta La Rosa che ha assistito agli interrogatori. Tutti hanno affermato di possedere i documenti che attestano il regolare svolgimento dei progetti. Documenti che verranno adesso raccolti e portati davanti al tribunale del Riesame. Per Magnisi l’avvocato Gullotta ha inoltre chiesto la revoca della misura interdittiva che gli è costata, come del resto agli altri indagati, la sospensione dal lavoro e la decurtazione della metà dello stipendio. «Le mansioni del mio assistito a Palazzo Zanca, dove è impiegato in Ragioneria - conclude il legale - sono ordinarie e rendono impossibile che possa reiterare il reato che gli viene contestato perché non si occupa di emettere mandati di pagamento». Il giudice si è riservato la decisione.