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Sara, volontaria da Siracusa a un passo da Aleppo
«Gemellaggio tra asili, guerra non è un videogioco»

Marta Silvestre

Costume e società – A 21 anni la sua vita è stata rivoluzionata da un viaggio in Tanzania. Oggi Sara Immè ne ha 27 e a breve guiderà un progetto in Libano che si occuperà della Siria meridionale. In mezzo un'esperienza a Londra, «dove ho toccato con mano la vera integrazione», e a Gaziantep, al confine tra Turchia e il paese in guerra

Sara Immè, siracusana di 27 anni, ha vissuto 90 giorni a un passo da Aleppo. «Stavo a Gaziantep, una cittadina a sud-est della Turchia vicino al confine con la Siria – racconta a Meridionews –. Dopo soli cinque giorni dal mio arrivo lì, c’è stato il colpo di Stato in Turchia e dopo circa un mese proprio a Gaziantep c’è stato l’attentato durante un matrimonio curdo in cui sono morte 60 persone. Ogni giorno pensavo come fosse possibile vivere a due passi da una delle guerre più folli dei nostri tempi».

Laureata in giurisprudenza alla Luiss, adesso Sara sta frequentando un master internazionale in Cooperazione e sviluppo a Pisa. «Tutto ha inizio nel 2011, quando avevo 21 anni e frequentavo ancora l’università. Insieme a due amiche ho fatto un viaggio in Africa che mi ha letteralmente cambiato la vita. Ho vissuto per un mese in un orfanotrofio in Tanzania che ospitava una cinquantina di bambini – racconta – e lì ho avuto una sorta di rivelazione di vita: fino a quel momento ero convinta che avrei fatto l’avvocato nel senso più classico del termine e, invece, ho capito che il mio senso non era di stare dietro a una scrivania».

Al ritorno da quel viaggio, Sara fa un primo passo fondando un'associazione no profit e, «visto che in Tanzania mangiavamo tutti i giorni papaya e mango – spiega sorridendo – dalla crasi di queste due parole l’abbiamo chiamata Papango». Dopo la laurea, la giovane siracusana trascorre un anno a Londra dove «ho fatto uno stage in una organizzazione che lavora con rifugiati minorenni richiedenti asilo e lì ho conosciuto una realtà del tutto diversa rispetto a quella siciliana, toccando con mano cosa significa fare integrazione». 

Tornata dall’Inghilterra, Sara capisce che non è più solo per volontariato che vuole impegnarsi in questo settore e, per acquisire gli strumenti e le conoscenze adatte, sceglie di fare un internship prima in Turchia e poi in Libano. «Mentre Beirut mi è sembrata una vera e propria capitale europea, in Turchia è stato tosto perché si vive sempre sotto allerta e perché sono entrata in contatto con realtà che non sembrano del nostro mondo inteso in senso occidentale». Gaziantep è una cittadina nel Sud della Turchia a 130 chilometri da Aleppo che conta circa un milione e 500mila abitanti, «di cui un terzo – precisa Sara – sono siriani. Anche molti dei miei colleghi venivano da Aleppo e spesso mi hanno raccontato di come hanno perso sorelle mentre facevano shopping in un centro commerciale o figli che erano andati a prendere a scuola. Questi racconti mi hanno davvero cambiato la prospettiva da cui guardavo e il senso delle cose».

In Turchia, Sara collabora con un'organizzazione non governativa internazionale italiana, supportando il capo progetto nella scrittura, l’implementazione e la gestione della parte manageriale dei progetti di sviluppo in remoto per la Siria. «In particolare – spiega – mi sono occupata di progetti sull’istruzione, seguendo la ricostruzone di cinquanta scuole nel nord della Siria e preparando i training per dare supporto psicologico ai bambini e alle maestre. E, mentre stavo lì, ho avuto anche il privilegio di incontrare il direttore generale dei Caschetti bianchi, l’organizzazione che salva le persone sotto le macerie delle esplosioni e dei bombardamenti rischiando la vita ogni giorno e che è stata anche candidata al Premio nobel per la pace lo scorso anno». 

Mentre prepara la tesi di master sull’importanza di portare l’istruzione in un contesto di guerra e le conseguenze per i bambini siriani che per un periodo prolungato non ricevono formazione e istruzione, Sara è stata scelta per tornare in Libano dove, da gennaio, sarà capo di un progetto in cui si occuperà della gestione della distribuzione di kit alimentari e igienico-sanitari per il sud della Siria. «Ogni cosa che sto facendo, la vedo come uno step verso la realizzazione di quel sogno iniziato in Africa: lavorare con Papango a progetti di istruzione e protezione dei rifugiati». 

Intanto, l’associazione fondata da Sara conta sette soci e una decina di volontari e lavora da Roma a Londra arrivando fino in Kenya, in Somalia e in Turchia. «Mentre stavo a Gaziantep – racconta – ho conosciuto una ragazza italiana che, con la sua organizzazione, ha fondato una scuola nella cittadina turca dove fornisce gratuitamente istruzione a 350 bambini siriani scappati dalla guerra. È nata subito una collaborazione con Papango che supporta questa scuola dal punto di vista economico, tramite iniziative di autofinanziamento. La cosa di cui sono più felice è che adesso è in cantiere il primo gemellaggio pilota di questa scuola di bambini siriani con un asilo siracusano. Il senso è quello di creare un parallelismo, affinché i bambini italiani non pensino di donare solo soldi o disegni ma possano, attraverso questi scambi, conoscere quella realtà con la speranza – conclude – che diventino adulti che non vedano la guerra in Siria come fosse un videogioco».